*Tratto dal Libro "Al Tempe del Corojje" con testi di Bignami, Boattini, Cornieti, Fabiani, Ricci, Rossi.
LE GUALCHIERE (El Valchiere). Slm.526

Anni ’50. Le Gualchiere viste da sud (foto Antonio Silvani).

A poco più di un chilometro dall’abitato di Bagno, all’inizio della vecchia strada che portava a Nasseto, a Passo Serra e da qui alla Verna o in Casentino, sono situate le Gualchiere, uno dei nuclei più caratteristici e ben conservati della zona. La storia delle Gualchiere coincide con quella della famiglia Balassini, che vi risiede ormai da 500 anni. La stirpe dei Balassini è quasi certamente originaria di Bagno: in alcuni atti notarili stipulati tra il 1387 ed il 1402 ricorre spesso il nome di un certo Balassino, figlio illegittimo del Conte Galeotto dei Conti Guidi di Bagno, che con ogni probabilità è il capostipite della famiglia. Balassino era un uomo molto facoltoso ed in quel periodo è più volte ricordato per i numerosi prestiti di danaro ed anche per l’acquisto di un oliveto nei dintorni di Cesena.
Di certo la famiglia Balassini è attestata a Bagno almeno dalla fine del Quattrocento, ed era una delle famiglie più in vista del paese, tanto da annoverare tra i propri membri notai, preti ed amministratori. È forse in virtù della loro influenza nella vita pubblica che Francesco, figlio di Guasparre Balassini, in data 5 febbraio 1530 ottenne dalla Comunità di Bagno la concessione perpetua del sito delle Gualchiere, costituito da “un mulino con due gualchiere”, dietro pagamento di un modico affitto pari a 5 bolognini l’anno. Si trattava d’un privilegio di grande rilievo, visto che tutti gli altri edifici ad acqua dell’intero Capitanato di Bagno erano controllati direttamente ed in esclusiva dalle comunità interessate.
Francesco Balassini era certamente un tipo intraprendente, e ben presto cominciò ad ampliare la sua impresa. Qualche decennio più tardi, nel 1562, infatti, il figlio di Francesco, Zanobi, denunciava la costruzione sul fosso del Chiuso, ad un centinaio di metri dalla confluenza con quello del Capanno, di un piccolo opificio idraulico ad una macina. Secondo le indicazioni del dichiarante questo veniva utilizzato solamente nei periodi di magra, quando era messa in difficoltà la funzionalità del mulino principale delle Gualchiere.
Un altro Balassini, Gaspero, risulta affittuario del Romitorio nel 1599, ma le attenzioni e gli sforzi della famiglia erano chiaramente concentrati sullo sviluppo del nucleo delle Gualchiere - che un po’ per volta prese l’aspetto di un vero e proprio centro protoindustriale - e sugli svariati lavori di manutenzione per mantenere efficienti la gualchiera ed il mulino. Abili artigiani, i Balassini furono falegnami, legnaioli, fabbri, scalpellini, muratori, lavorarono le stoffe, impiantarono una segheria ad acqua e costruirono una fornace, nota fin dal 1585 e rimasta attiva fin verso il 1960, per la produzione di mattoni, coppi, tegole, calce e laterizi in genere. Tutte queste attività andavano a sommarsi alla qualifica di mugnai, professione che svolsero non solo in proprio alle Gualchiere, ma anche nei mulini delle Comunità di Bagno e Montegranelli, tenuti a livello per buona parte del Settecento e per la prima metà dell’Ottocento.

Anni ’70. Muli che trasportano legna alle Gualchiere, sulla destra il bottaccio del mulino (foto di Pier Luigi Ricci).

La famiglia investiva i guadagni delle proprie molte attività in terre e poderi: furono proprietari dei Sodini almeno fino al 1693, anno in cui la casa venne spazzata via dalla cosiddetta frana di Vitine; qualche anno dopo acquistarono anche i poderi della Casa Nuova (zona dell’Alpe) e delle Riti di Sotto, che avrebbero tenuto per oltre un secolo, fin verso gli anni del 1830. Diversi Balassini, a partire dagli ultimi anni del Cinquecento, abbracciarono inoltre la carriera ecclesiastica. Uno di questi, Don Angelo, canonico della Cattedrale di Sansepolcro e protonotario apostolico, fu rettore della Basilica di Santa Maria Assunta di Bagno dal 1860 al 1914.
Nel 1734 alle Gualchiere abitava il sergente - carica che rivestiva nella locale banda militare - Giovan Maria Balassini con la sua numerosa famiglia composta di 13 persone. Nel 1742 il nucleo s’era diviso in due fuochi separati: da una parte stava l’aiutante Giovan Paolo, settantaduenne, dall’altra l’aiutante Domenico, trentenne, rispettivamente fratello e figlio del defunto Giovan Maria. Nel 1770 Antonio Balassini (n. 1712), figlio di Giovan Paolo e successivo capofamiglia, chiese il ricovero di suo fratello Don Carlo all’Ospedale “dei Pazzarelli” di Firenze. Domenico, invece, non lasciò eredi ed i suoi beni confluirono di nuovo nel ramo principale della famiglia.
Il nucleo abitativo delle Gualchiere venne descritto con efficacia nell’estimo del 1788, quando risultava composto da “[...] un ceppo di case con tre appartamenti da cielo a terra con più e diverse stanze, con Gualchiera e mulino, capanno, stalle, forno, orto e suoi resedi [...]” ed apparteneva ai fratelli Paolo, Raffaele, Zanobio e Natale, figli del defunto Antonio.

In quel periodo le Gualchiere non dovevano apparire molto diverse da quelle di oggi, con il piano intermedio che conduce al mulino e ai depositi, percorribile in tutta la sua lunghezza grazie ad uno stretto corridoio sul quale si affacciano stanze a celletta, usate come caciaie, stagionatoi per salumi e ripostigli. Alla casa padronale delle Gualchiere facevano riferimento i coloni ed i dipendenti che lavoravano nelle terre di famiglia. In questo periodo la famiglia proprietaria figurava fra gli animatori del Teatro Ravviati di Bagno, ruolo cui rinunciarono definitivamente in tempi più difficili durante la prima metà dell'Ottocento.
Intanto la stirpe dei Balassini si divideva in due rami, originati da Paolo (n. 1753) e Zanobio (n. 1755). Attorno agli anni Trenta dell’Ottocento, gli eredi di Zanobio furono protagonisti d'una imponente serie di vendite che riguardò i poderi delle Rite di Sotto, della Casanuova ed il Mulino di Bagno: segnale d'una situazione economica traballante. Nel 1842 Antonio Balassini (n. 1793), figlio di Zanobio, “abitante alle Gualchiere, a pie’ dell’Alpe di Bagno [...] sulla Strada Fiorentina”, dichiarava d'essere stato “vettore di sale, e tabacco, per uso della Canova di Bagno, per il corso di anni nove circa”. Nel 1858 il parroco di Bagno, dopo la morte di Antonio, rilevava impietosamente il cattivo stato della famiglia rubricandola come “poverissima”.
Decisamente migliore era lo status dei figli di Paolo: Andrea (n. 1809) era qualificato come “muratore possidente” e “benestante anzichenò”, Francesco (n. 1800) invece era “tintore possidente” e “benestante anzichenò”. Quello stesso anno (1858) alle Gualchiere abitava anche un “pigionale povero”, Francesco Bussi (n. 1829), originario di Valmaggio, primo d'una lunga serie.
Nell'ultimo quarto dell'Ottocento erano pigionali o braccianti alle Gualchiere: Angiolo Batani (n. 1844) nel 1881, già colono a Becca; Francesco Rossi (n. 1856) fra 1881 e 1909, proveniente da Racettino; Francesco Fabbri (n. 1821) nel 1886, già alla Casa Bruciata; Paolo Boattini (n. 1840) nel 1887, proveniente da Ridolmo (Pietrapazza); il “nocentino” Torquato Savi (n. 1884) che abitava col bracciante Michele Moretti nel 1904; Tommaso Rossi (n. 1853), già colono a Nasseto, nel 1906. Lo stesso mulino era affidato ad un mugnaio sottoposto: Crescentino Pezzi, originario di Mercatino di Talamello, oggi Novafeltria, documentato nel 1886.
Secondo una succinta descrizione del 1902, alle Gualchiere, oltre al mulino, esistevano ben sette abitazioni. Una era la casa padronale del benestante Paolo Balassini (n. 1842), figlio di Andrea, e si componeva di sei stanze; c'era poi la casa degli eredi di Serafino Balassini (n. 1839), figlio di Antonio, che comprendeva quattro ambienti; le altre cinque abitazioni erano tutte piccole case per pigionali, composte di una o due stanze, e tutte proprietà di Paolo Balassini, così come il mulino.

Anni ’50. Antonia Balassini alle Gualchiere (foto Antonio Silvani).


Nel 1909 i fratelli Paolo (n. 1842) e Cristoforo (o Cristofano) Balassini (n. 1844) addivennero, già in tarda età, ad una parziale suddivisione del patrimonio di famiglia. Di fatto la divisione restò senza conseguenze, visto che Cristoforo non ebbe eredi; però le carte redatte in quell’occasione descrivono nel dettaglio buona parte delle proprietà dei Balassini all'epoca. Il documento comincia coi terreni che i due fratelli avevano a Vaccareccia ed ai Campacci, poco a monte delle Gualchiere, ed alla Buca, sotto Nasseto. Passa poi alle Gualchiere, dove avevano “una porzione di fabbricato composto a terreno di due vani, uno per uso di stalla e l’altro inservibile perché mancante del tetto ed avente i tre muri perimetrali in stato di decadenza, e al primo piano di un solo ambiente tenuto ad uso di capanno” e “ivi un’altra porzione di fabbricato composta a terreno di un vano in uso di stalla ed al primo piano di un ambiente ad uso di capanno”, quindi “un piccolo fabbricato per uso di abitazione, composto a pianterreno di un vano per uso di stalla e al primo piano di altro ambiente abitabile”: si trattava di edifici di servizio e d'una casa per pigionali. A contatto con questa c'era la parte di casa padronale riservata a Paolo: “una casa di abitazione composta a terreno di numero tre vani per uso di cantine e telaio, al primo piano di altri tre ambienti per uso d’ingresso, cucina e salotto e al secondo piano numero due vani per uso di camere da letto” con un orto sul retro; seguiva quella di Cristoforo: “a contatto col fabbricato ora descritto, un altro edificio per uso di abitazione, composto a terreno di numero due vani per uso di cantina, al primo piano di numero tre ambienti e al secondo di numero due camere da letto; a lato di mezzodì piccolo resedo od orto”. Il documento prosegue poi “a lato opposto della via pubblica”, dove i due fratelli dividevano “un altro piccolo fabbricato per uso di forno, con loggia e piccolo ambiente soprastante per uso di seccatoio”, “un piccolo fabbricato di nuova costruzione ad uso di loggia con annessa un’aia” e due orti. Passa poi sulla costa soprastante, dove c'erano ampi terreni “sopra e sotto la strada provinciale” nei luoghi detti la Fonda del Sorbo, la Vignola, gli Oppi sopra i Tiratoi, ed i Tiratoi. Di particolare interesse il nome e la descrizione di quest'ultimo fondo: “piccola porzione di terreno pasturativo calestroso sterile, servente attualmente pel tiraggio dei vestiti sortiti dalla Gualchiera”, che mostra come ai primi del Novecento ancora si praticasse l'attività che secoli prima aveva battezzato l'insediamento. Nel complesso tutti questi beni erano stimati lire 8.028. Va peraltro rilevato che non tutte le proprietà dei Balassini entrarono nella divisione: non vennero considerati il mulino, alcune case da pigionali, ed il podere delle Valli, che la famiglia possedeva già fin da verso il 1890.

Anni ’70. Nisia Mazzoli, Bianca Martinetti Balassini e Luigi Mazzoli (Gigine dal Chiuse) fotografati alle Gualchiere (foto Antonio Silvani).



Nella prima metà del Novecento i figli di Paolo Balassini avrebbero esteso di gran lunga l'azienda di famiglia acquisendo i poderi confinanti alle Gualchiere, Casina e Artiglieto, oltre ad estendersi nella vallata di Becca dove divennero proprietari della Casa Nuova e delle Serciole, che insieme al vicino fondo dell’Albereta andranno a formare un unico podere. Al 1940, infine, data l'acquisto del Romitorio, cui s'aggiunse successivamente l’annesso oratorio. La morte per incidente stradale di Paolo Balassini (n. 1928) nel 1955, giovane reggitore dell'azienda ed ultimo discendente in linea maschile, pose una tragica cesura alle vicende della famiglia.
Alle Gualchiere, in questo periodo, oltre ai membri della famiglia maggiore, continuavano ad abitare i rappresentanti dell'altro ramo della stirpe, il cui capofamiglia in questo periodo era Serafino Balassini (n. 1907), presenti fin verso la fine degli anni Sessanta.
C'erano poi numerosi pigionali e braccianti, quasi sempre ex contadini che lasciavano la campagna per diventare operai o artigiani. Fra questi c'erano: Fortunato Salvetti, di rientro dalla Francia, alle Gualchiere almeno fra 1929 e 1940; Domenico Gradassi (n. 1883), già colono alle Case Vecchie ed a Buiolo (Rio Petroso), fra 1932 e 1935; Angiolo Melini detto Quaranta (n. 1889), già abitante a Montanino di Sopra, presente almeno dal 1940 fino agli anni Sessanta; Egisto Gregori (n. 1907), originario di Racetto, nel 1941; Mario Mariani (n. 1923), proveniente da Volaneto, alle Gualchiere fra 1944 e la metà degli anni Cinquanta, quando si spostò al Romitorio; Nello Gradassi (n. 1911), ex colono a Vitine, fra 1946 e 1969; Ortensio Donati (n. 1902), originario di Nocicchio, alle Gualchiere negli anni Cinquanta e primi Sessanta; Pasquale Zanchini (n. 1907), già contadino alla Casina, documentato nel 1956; Luigi Mazzoli (n. 1916), proprietario del podere del Chiuso, alle Gualchiere fra i Sessanta e i primi Settanta; Giulio Martinetti (n. 1922), ex colono a Becca, che ha abitato alle Gualchiere a partire dagli anni Cinquanta fino ad oggi.
Negli anni Cinquanta (1956) chiudeva definitivamente i battenti anche l'antico mulino ad acqua, il cui ultimo mugnaio per conto dei Balassini fu Eugenio Andrucci (n. 1892).
A partire dagli anni Trenta le Gualchiere furono sede anche d'una scuola rurale pluriclasse che raccoglieva gli alunni di molti poderi dell'Alpe, della zona di Becca e di quella di Vitine. La scuola chiuse verso la metà dei Sessanta, quando lo spopolamento aveva ormai svuotato il suo bacino d'affluenza.
Sono ormai diversi decenni che il mulino delle Gualchiere non macina più, rimane integra però la bellezza del nucleo, adagiato su un’ansa del fosso delle Capanne, oggi trasformato in agriturismo dalla famiglia Silvani, eredi Balassini.

MADONNA DEL ROSARIO (GUALCHIERE)

1990. La costruzione che ospitava l’oratorio (foto di Silvano Fabiani).

Dell’oratorio della Madonna del Rosario si ha notizia a partire dagli ultimi anni del Seicento e probabilmente era stato inaugurato qualche tempo prima. Costruito da Francesco di Zanobio Balassini “di fronte alla sua casa” ed eretto con Breve Apostolico, menzionato nella visita pastorale del 1697, aveva una dote di cento scudi e gli obbligatari erano lo stesso Francesco insieme al figlio Giovan Maria. Era ben tenuto e provvisto di “tutte le suppellettili Sacre, e necessarie”, aveva in dotazione una piccola campana. Si annotarono poi i quadri di arredo: “[…] nell’Altare che sta in faccia alla porta un quadro dipinto in tela coll’immagine della Beatissima Vergine, e Giuseppe, e San Sebastiano a Cornu Evangelij, e Santa Maria Maddalena dall’altra parte col suo ornamento dorato, et attorno con suo festoncino dipinto nella pariete […]”. Qualche giorno dopo (il 27 ottobre) durante la visita all’oratorio di sant’Antonio Abate a Vitine, un podere poco lontano, che era stato danneggiato da una frana il 20 aprile di quell’anno e visto lo stato in cui versava, il Vescovo ordinò il trasferimento degli arredi che col beneplacito del rettore pro tempore furono depositati presso quello delle Gualchiere. Vi si teneva una festa il giorno del titolo. Benché tradizionalmente la “Madonna del Rosario” sia nota in rappresentazioni pittoriche più antiche, fu Pio V che in ricordo della vittoria riportata a Lepanto sui Turchi (1571), ordinò per il 7 ottobre di ogni anno una festa in onore della Vergine delle Vittorie, titolo cambiato poi da Gregorio XIII in quello di Madonna del Rosario. Una compagnia con questo titolo, costituita nella chiesa della Visitazione - il vicino Romitorio - era nota dal 1599: quando si costruì l’oratorio alle Gualchiere è probabile che gli oneri della compagnia fossero trasferiti allo stesso. Nella visita pastorale del 1697 si menziona il solo altare della Madonna del Rosario, ornato da una tela rappresentante la Vergine, san Domenico e i 15 Misteri, ma non l’omonima confraternita.
La chiesetta è descritta sommariamente nelle visite settecentesche, che ricordano anche un incendio attorno al 1759 e la prescrizione vescovile di risarcire una delle tele parzialmente intaccata dal fuoco insieme ad altri oggetti liturgici. A conferma resta la scultura lignea di un Cristo processionale, di difficile datazione, profondamente danneggiato e diversi testi a stampa, facenti parte della superstite biblioteca famigliare dei Balassini, che presentano tracce di questo o di un simile evento. Dopo il 1880 l’oratorio non viene più menzionato nelle visite vescovili, perdendosene anche localmente la memoria. Secondo alcune testimonianze orali, negli anni ’50 del secolo scorso una croce in ferro battuto sul colmo del tetto dell’attuale “stanza della caldaia”, sopra l’ex forno (oggi deposito di legna), accessibile attraverso alcuni gradini dal piano stradale, indicava quella che gli anziani chiamavano la “chiesina”, ma da un atto notarile del 1924 apprendiamo che era ancora esistente la “cappella diruta”, estesa per 80 braccia quadre (45 mq. circa), corrispondente alla particella n. 229 della sezione G del vecchio Catasto Toscano (con mappatura risalente al 1826), consentendoci di stabilire che la chiesetta si trovava di fronte al civico n° 53 del nucleo (la porta con lo stemma sull’architrave): oggi è un ripostiglio semidistrutto.